venerdì 14 settembre 2012

L'UOMO NEL BARATTOLO




C'era una volta un uomo che ha vissuto la sua vita guardando il mondo da un barattolo di vetro.
Era curioso, gli piaceva osservare i suoi simili. Li trovava uno spettacolo quanto mai imprevedibile e appassionante, eppure aveva paura ad avvicinarvisi troppo; è come quando si sta davanti al caminetto acceso a fissare le fiamme danzanti, ma ad una certa distanza per non finire scottati. Quindi, per proteggersi, decise di infilarsi in un barattolo dopo aver opportunamente provveduto a praticare forellini sul coperchio per far entrare aria.
Così se ne stava accovacciato sul fondo e guardava beatamente i passanti nel parco, gli avventori dei bar, i venditori esporre la loro mercanzia sulle bancarelle. Quando pioveva, sentiva le gocce tamburellare sul tappo e capitava anche che un po' d'acqua si infiltrasse dai buchi per l'areazione, cosicché doveva comunque tenere aperto l'ombrello. I rigagnoli d'acqua che scivolavano sul vetro appannavano e deformavano il panorama e se la pioggia era particolarmente abbondante, non si vedevano altro che macchie indistinte di colore.
Ogni tanto s'appostava sotto una panchina e guardava il via vai di gambe e zampe e ruote; e basandosi sulla sola osservazione delle scarpe, tentava di schizzare il ritratto del proprietario. Tirava fuori profili psicologici da mocassini, anfibi, sandali, zoccoletti, scarpe di vernice lucida o di camoscio o di tela, tacchi a spillo, zeppe.
Altre volte, quando si sentiva particolarmente generoso verso sé stesso, se ne andava al ristorante; non era tanto il cibo ad interessarlo ( anche se non disdegnava la buona cucina) quanto l'atmosfera di convivialità che vi si respirava. Al tavolo lungo in fondo alla sala, per esempio, c'era una comitiva numerosa, presumibilmente una cena di famiglia cui prendevano parte almeno tre generazioni. Un anziano pasciuto abbrancava con la forchetta grovigli di fettuccine grondanti di sugo, pulendosi le labbra unte dopo ogni ingordo boccone; due vecchiette si gingillavano con i loro fili di perle e conversavano fitto fitto. A uno dei commensali che voleva versar loro da bere risposero di no scuotendo l'indice per aria con gran foga e un'espressione esageratamente contrita. L'anziano invece si fece servire il rosso più volte, trincando con evidente soddisfazione.
Le due signore invece tornarono ai loro discorsi, e c'era da star sicuri che si erano lanciate ad elencare pietanze e bevande proibite (il colesterolo, la pressione alta, lo stomaco che non funziona più...), in una tacita sfida a chi avesse accumulato più malanni.
Per lui era come stare al cinematografo in prima fila; e un altro punto di agglomerazione che era un ghiotto spettacolo erano i mercatini. Quella domenica pomeriggio nella piazza principale c'era il mercato dell'antiquariato: nonni e bisnonni si svuotano le tasche sulle bancarelle.
Specchi fumé, ottone e rame, monete antiche, porcellane ( tazzine da tè, zuppiere, piatti), ninnoli e soprammobili sbreccati e polverosi: sembrava di stare in una litografia dell'Ottocento. Si fermò ad osservare uno stand di vecchi giocattoli. C'erano spade e scudi di legno, bambole con labbra di fragola e ciglia lunghissime, soldatini, pentole in miniatura. E, tra un cavallo a dondolo e un gattino di pezza, un carillon che emetteva una melodia strozzata. Il venditore se ne accorse, lo afferrò e si premurò di dargli la carica ben bene. Ora il bauletto tintinnava dolcemente e canticchiava note argentine; e sopra la cassa musicale era montato un disco rotante su cui – come aveva potuto non  notarlo subito?- danzava una creatura sublime. Era cigno e farfalla, tulipano e schiuma di mare; il suo corpo era armonia rivestita di tulle evanescente, capelli corvini raccolti e adornati da una corona di gigli bianchi, polsi flessuosi.
Di tutte le migliaia di cose che aveva veduto, di tutte le scene e scenette cui era stato partecipe, di tutti gli individui che erano passati nel suo campo visivo, lei riassumeva in sé e trascendeva tutto quanto.
Rimase a fissarla intensamente per alcuni minuti poi, vergognandosi della propria sfacciataggine, si affrettò a passare oltre. Fece qualche giretto lì attorno a casaccio, inseguendo il bruciante desiderio di tornare da lei. Finse di passare di nuovo davanti alla bancarella per pura coincidenza; si fermò qualche banco più in là, poi tornò indietro; era come calamitato, non era mai stato così avido di qualcosa o di qualcuno. Per la prima volta, il solo osservare non gli bastava più. Doveva impossessarsi di lei, impadronirsene, possederla. La luce tenue aggiungeva pennellate di bellezza a quella figura eterea e flessuosa. Era intimidito da tanta grazia. Si gingillò ancora per una buona mezz’ora, vagolando tra i banchetti vicini senza ormai guardare più nient’altro e crogiolandosi nell’estasi crescente del momento in cui lei sarebbe diventata sua...
E quando infine si decise e si avvicinò al banco, l’inimmaginabile era appena successo: un’elegante signora bionda, con le unghie laccate e i capelli raccolti in uno chignon, mostrava estasiata all’amica il suo acquisto nuovo di zecca: il carillon.
Lui rimase sconcertato. Guardava istupidito le donne allontanarsi, farsi sempre più piccole, mentre il bauletto che custodiva la ballerina se ne andava con loro.
E lui rimase semplicemente ad osservare ,come aveva fatto per tutta la vita, le due figure avvolte nei cappotti perdersi nel flusso della folla e sparire per sempre dal suo campo visivo.











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